VIVERE O SOPRAVVIVERE

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Se poi il bello della vita fosse nel vivere quotidiano? Guardare diritto verso l’orizzonte può nascondere i fili d’erba che si calpestano e non si vedono perché troppo vicini.

 

Vivere o sopravvivere
di Davide Valenti

 

“Mi scusi, il treno è in orario?”


Mi volto per rispondere, ma la voce mi rimane strozzata in gola. Spalanco gli occhi verso chi mi aveva rivolto quella domanda. E che ora mi riconosce: “Rocco!”


Non ci credo.


Stavo aspettando il treno, come ogni giorno da venticinque anni. Nella stazioncina di Genzano, Basilicata ai confini con il barese. Ferrovie appulo lucane. Un cubicolo dai muri stinti. La lavagna, come quelle di scuola, per segnare i ritardi delle corse. La biglietteria che apre il tempo necessario prima dell’arrivo del treno e poi richiude. Una qualsiasi mattina d’autunno. Le cornacchie come unico suono che rompe il silenzio. In attesa della “littorina”, come ogni giorno da quand’ero diventato capostazione. Sempre le solite cose, pochi treni al giorno, si aspetta che arrivino, si aspetta che ripartano. Ed io lì, che non vedevo l’ora di andare in pensione, anche se non saprei come occupare il tempo, a parte litigare con mia moglie e vedere le mie figlie sistemate.


Ma adesso, lei. La mia fidanzatina di trent’anni fa davanti a me.


“Gemma, non ci credo! Ma che ci fai qui?”


“Sono arrivata ieri, mia madre sta male. S’è fatta vecchia, povera donna”.


“Eh, la mia non c’è più da tanto”.


“Mi dispiace”.


Faccio un cenno del capo come a dire che non mi importava. Ora ho davanti la mia Gemma, la ragazzetta seducente del paese vicino che non mi fecero più frequentare. E’ un’emozione troppo forte. Provo a scioglierla, con fatica. 


“Cosa fai in stazione?”


“Sto aspettando mia nipote: non ha ancora la patente e arriva in treno. Ma tu lavori qui”.


“Sì, vabbè. A Genzano mi hai trovato e a Genzano son rimasto”.


Gemma sorride e mi chiede se ho famiglia.


“Una moglie e due figlie. E tu?”


Lei si fa seria e risponde, secca: “L’avevo”.


Vorrei chiederle di più, ma non oso proseguire. Provo a cambiare discorso e a fare, goffamente, il seduttore.


“Sei sempre bella, tua madre ti ha dato proprio il nome giusto per te”.


“Tu dici?”


“Certo! Ma dove vivi?”


“A Roma, da quando mi ero sposata”.


“Dev’essere bella Roma. E’ grande, vero?”


“Ma che, non ci sei mai stato?”


“E chi s’è mosso da qui, ragazza mia?”


Era vero. Capisco che la mia risposta sia spiazzante, ma Gemma prosegue: “Tu però ci stai bene qui, no?”


“Mah, alla fine sì. E tu non torneresti più?”


“Da sola, no. Ma chissà”.


La guardo senza capire. Finché mi dice: “Anche tu sei rimasto bello”.


“Gemma, se solo non fosse accaduto che… ”


“Rocco, è il passato. Basta. Però, mi piacerebbe vederti con un po’più di calma”.


“Anche a me. Ma come faccio? Bè, senti, non è granché come appuntamento, lo so, ma riesci a venire in stazione domani? Un po’più tardi di adesso. Il treno dopo arriva molto più in là”.


“Ci provo. Tanto con mamma ci dovrebbe essere sempre qualcuno”.


“Grazie! Grazie! E scusa”.


“Scusa di che? E’un secolo che non ci vediamo, non mi pare vero”.


“Cavolo, ora arriva il treno. Devo proprio andare”.


Ci salutiamo sorridendo. Io compio meccanicamente le solite azioni. Lei si avvicina al punto dove il treno si fermerà per aspettare sua nipote. E quando l’unico vagone arriva, ci spiamo con le code degli occhi. Quasi mi dimentico di dare il fischio perché il treno riparta. Gemma si allontana velocemente con sua nipote, ma per una frazione di secondo si volta verso la pensilina, dove incrocia la mia divisa, il mio berretto di una taglia più grande e la mia bocca ancora semiaperta per lo stupore.

 

>>> >>> >>>

 

Il treno è ripartito un quarto d’ora fa e sono nervoso. La notte non riuscivo a dormire e non volevo svegliare mia moglie. Pensavo soltanto a Gemma. E’ andata a Roma, la signora. Già da ragazza si distingueva da tutte le altre. Misteriosa, maliziosa, sofisticata. Me ne ero innamorato all’istante, ma poi le cose erano andate diversamente. Magari, fossimo rimasti insieme anch’io sarei a Roma, invece di averla vista soltanto in tv.


Chissà perché mi aveva chiesto di parlarmi con calma. E l’unica cosa che so offrirle è un appuntamento in stazione. Ed è già tanto se nessuno in paese lo verrà a sapere. Ma al diavolo. Che tristezza, però. Nemmeno un bar, un ristorante. Quando mi sarebbe ricapitato di rivederla? Forse mai più.


Continuo a pensare senza giungere a nessuna conclusione, quando sento un rumore di tacchi. Alzo gli occhi e vedo, finalmente, chi desideravo.


Gemma è elegante quanto discreta. I capelli in ordine, il sorriso seducente, un cappellino da vera signora. Io al confronto son davvero un poveraccio. Ma sono in ballo.


“Sono così contento che sei venuta”.


“Te l’avevo promesso”.


“Come sta tua madre?”


“Male. Stiamo tutti pregando perché se ne vada al più presto, soffrendo il meno possibile”.


“Capisco. Io sono… cioè, mi dispiace che tu sia qui per questo… sarai anche dovuta fuggire dall’ospedale”.


“Ci sono mio fratello e mia cognata. Però, sì, non posso restare per molto”.


“Allora ti faccio un caffè?”


“No”.


E dopo quel “no” deciso, mi guarda come a dirmi che non fosse il caso di sprecare altro tempo. Le sorrido, con il cuore a mille. Prendo di corsa le chiavi sulla scrivania e vado a chiudere le porte della stazione. Una dopo l’altra. Ecco, finalmente l’ultima. Ora siamo soli, dentro un cubo di mattoni che puzza di ferro e olio motore.  


Ci guardiamo, in piedi, e cominciamo a toccarci e baciarci come due adolescenti al loro primo appuntamento. In fondo, come noi stessi trent’anni fa. Poco alla volta camicette, giacche da capostazione, pantaloni e scarpe finiscono accatastate sul pavimento. La adagio sulla scrivania e facciamo l’amore con intensità. Sappiamo di avere poco tempo, anche se ne vorremmo molto di più. Il nostro è un incontro di sesso avido e appassionato, intervallato da dolcezza e gratitudine. Per tutto il rapporto non ci parliamo: soltanto sguardi, sorrisi e gemiti di piacere. E quando arrivo in fondo, lo faccio quasi con pudore. Mi volto, mi nascondo dalla sua vista, per sfogare addosso al pavimento tutta la mia voglia, accantonata in questi lunghi anni, di amare la ragazza che non ero riuscito ad avere.


“Ora lo vuoi quel caffè?”.  


“Sì, grazie”. E, dopo una pausa: “Non vorrei tu pensassi male per cosa è successo”.


“E perché dovrei? Ci siamo ripresi ciò che da giovani ci avevano rubato”.


“Sì, è così. Ma tu come ti senti?”


“Per mia moglie, dici? Credimi, non l’ho mai tradita e non penso la tradirò mai più.  Soltanto con te avrei potuto”.


Gemma mi sorride e mi accarezza i capelli. Mi rilasso, appagato, ma ora voglio sapere di più di lei, di tutti questi anni in cui non ci eravamo più visti. Provo, con tatto, a tastare il terreno: “Hai detto che avevi una famiglia. Cosa è successo? Se me lo vuoi dire”.


“Non c’è molto da dire. Ho conosciuto Giuseppe a Lucera, era lì per lavoro. E’ stato un colpo di fulmine. Mi ha portato a Roma con lui, io lo avrei seguito ovunque. E poi è morto, durante un lancio col paracadute”.


Rimango impietrito.


“Quando morì, ero incinta di poche settimane, ma il colpo fu troppo forte da reggere e perdetti il figlio. Era il 1993. Ecco perché ti ho detto che avevo una famiglia. E da allora non l’ho più”.


Non so far altro che guardarla mentre le tengo la mano. Gemma non piange. Sembra quasi raccontare una storia accaduta a una sua amica e non a lei.


“Potevo tornare al paese, ma non volevo. La mia vita era lì con lui. E anche se lui non c’era più, c’erano i nostri amici, c’era il mio lavoro. Ma non l’ho mai dimenticato. E ho sbagliato, perché da allora non ho più vissuto. E questo non è giusto”.


“Io… non lo potevo immaginare”.


“Lo so. Ma non ti devi preoccupare. Stare ora insieme a te mi ha fatto rivivere”.


“Dillo a me! La mia vita è stata così normale rispetto alla tua. Così insignificante”.


“Ma ce l’hai, Rocco. Ce l’hai. Io, oltre a quanto mi ha lasciato Giuseppe, non ho niente”.


“Ma sei bella, sei ancora giovane, avrai un sacco di conoscenze a Roma! Non devi chiuderti le porte per sempre”.


“Eravamo perfetti lui ed io. Insieme era come avessimo la forza di cento persone. Io, da sola, sono la metà di me stessa”.


“Non ti posso sentire parlare così. Vorrei fare qualcosa per te”.


“Lo hai già fatto. Mi hai fatto ritornare a sentirmi desiderata. Proprio come avevi fatto quando ci eravamo conosciuti”.


“E’ per questo che avevi voglia di stare con me?”


“Sì. E’ per questo”.


“Potevamo essere felici insieme, Gemma”.


“E chi lo sa? Io ero felice con mio marito, finché è vissuto. Però hai ragione. Ho sprecato troppo tempo a piangere lui e a piangermi addosso. Oggi mi hai fatto tornare a essere una donna e non soltanto una persona che sopravvive. Non ti ringrazierò mai abbastanza”.


“Sei troppo buona. Ma… ”


Gemma si alza in piedi, mi fissa e dichiara: “Sì, ora devo andare”.


“Anche stavolta non riesco a trattenerti”.


“E perché devi trattenermi? Hai una moglie, una famiglia. Forse tutti i giorni brontoli per questo, ma chiediti quanto davvero conta per te”.


E prima che io riesca a salutarla, mi manda un bacio con la punta delle dita, si volta e s’incammina a passo spedito verso l’auto. Io rimango, di nuovo, impotente davanti alla donna che avevo amato e perduto.


Fisso immobile la parete, per parecchi minuti. Poi, a poco a poco, riaffiorano in me le ultime parole di Gemma.  


Da quanti mesi non facevo l’amore con mia moglie? Nemmeno lo ricordo. Ma lei voleva, più volte. E io niente. Stanco di far qualcosa di diverso dal solito.


Forse è arrivato il momento di tornare a essere un uomo e non soltanto una persona che sopravvive.

VIVERE O SOPRAVVIVEREultima modifica: 2012-10-29T12:31:00+00:00da admin
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